Zona industriale Bolognina

La zona Bolognina è collocata a nord del centro storico, in un’area compresa fra la linea ferroviaria, la tangenziale, via Stalingrado e l’ex mercato ortofrutticolo. Le origini risalgono al 1889, quando il nuovo piano regolatore di Bologna previde una espansione adiacente alla stazione dei treni, funzionale a insediamenti manifatturieri e abitazioni operaie. L’area era attraversata da una tranvia che in zona Dozza si biforcava, per collegare Bologna con Pieve di Cento e con Malalbergo, e comprendeva uno stabilimento militare denominato Casaralta o Forte Galliera, che produceva principalmente carne in scatola per l’esercito. Definita sul finire del XIX secolo «incipiente Manchester», la Bolognina deluse queste aspettative, perché si trasformò in una zona industriale tardivamente, dando luogo a un tessuto urbano nel quale le fabbriche erano inframmezzate a isolati residenziali o commerciali.

Nonostante questo, fu la prima area manifatturieria di Bologna, se si eccettuano i vari opifici nella zona del porto, interna alle mura. Tra la fine dell’Ottocento e gli anni trenta, alla Bolognina si stabilirono soprattutto fabbriche meccaniche, come le Officine Nobili, le Officine Casaralta, le Officine Cevolani, la Minganti, l’Acma, la Giordani e la Sasib. Fortemente danneggiato dalla seconda guerra mondiale, il rione fu al centro di una seconda ondata di insediamenti industriali negli anni del miracolo economico, con aziende come la Costruzioni meccaniche Bonfiglioli (poi Bonfiglioli riduttori) e la nuova Manifattura tabacchi.

Bibliografia

  • Aurelio Alaimo, Struttura delle occupazioni e crescita urbana: una ricerca su un’area della periferia bolognese alla fine dall’Ottocento: la Bolognina, in “l’Archiginnasio”, 1984, n. 1, pp. 344-363
  • Pier Paola Penzo, Alle origini della periferia urbana. L’area intorno alla stazione di Bologna nella seconda metà dell’Ottocento, in “Il carrobbio”, 1985, n. 11, pp. 209-234
  • Bolognina in Regione: la storia industriale nelle foto di Ivano Adversi, Bologna, Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, 2017.

Percorsi tematici

La Società anonima Scipione Innocenti Bologna (Sasib) fu fondata nel 1933, per iniziativa dell’omonimo imprenditore felsineo e grazie ai capitali di una finanziaria milanese, la Setemer del commendatore Camillo Protto. In realtà, le radici della società erano più antiche e risalgono al 1915 quando Scipione Innocenti, ventisettenne, rilevò la piccola azienda meccanica di via Mascarella nella quale lavorava come operaio addetto alla produzione di stampi per trafilare la pasta, rinominandola Officina Meccanica Scipione Innocenti. Nel 1922, l’attività venne trasferita in via del Borgo, e si iniziarono a produrre ricambi per biciclette, macchine operatrici, frese, e pezzi per le attrezzature della manifattura tabacchi. Un anno dopo, l’officina – che contava una ventina di operai – si specializzò nella costruzione di apparecchiature per il segnalamento ferroviario, in particolare nel campo degli apparati a filo ed idrodinamici (apparecchi fermascambi, banchi di manovra, segnalatori, semafori). Sembra che l’inserimento in questo settore avvenisse in seguito ad alcuni contatti tra Innocenti e la Ericsson italiana, che deteneva i brevetti e che commissionava ad officine esterne alcune produzioni. Nel 1929 gli addetti erano saliti a ben duecento.

Quattro anni dopo, appunto, l’azienda era ristrutturata, con l’ingresso di un nuovo azionista e con l’adozione del nome Sasib. Si trattava di una vera e propria svolta, con la quale si sarebbe avuta una decisiva crescita degli indici di produzione. Il nuovo stabilimento, disponibile dal 1934, aveva sede in via Corticella 87-89, di fronte all’ippodromo di Bologna, ed era una fabbrica moderna, ben organizzata, con macchine e impianti tecnologicamente avanzati per l’epoca.

Al momento della costituzione della Sasib, i capisaldi della strategia aziendale erano già definiti: innanzitutto la scelta di rivolgersi ad un mercato pubblico, e poi la volontà di privilegiare le produzioni su licenza di apparecchiature progettate e brevettate da altre imprese più importanti. L’organigramma aziendale prevedeva che Camillo Protto fosse il presidente, l’ing. Carlo Jachino (ex-dirigente della Ericsson italiana) ricoprisse la carica di direttore tecnico, mentre Scipione Innocenti era consigliere delegato e direttore generale.

Forte delle autonomie di cui godeva nel proprio ruolo, Innocenti spinse anche per iniziare immediatamente una collaborazione con la General Railway Signal (Grs), azienda statunitense ben presente in Europa. I primi contratti furono siglati nel 1934 e permisero un aumento della mole di lavoro tale che le maestranze superarono ben presto le 400 unità. Al di là di questi primi input, il merito imprenditoriale di Scipione Innocenti fu di comprendere la necessità di diversificare le produzioni, in modo da non dipendere da un unico committente. E quindi, dal 1937 la Sasib iniziò a produrre macchine confezionatrici per sigarette, grazie alla commessa di dieci impacchettatrici destinate alla manifattura tabacchi di Bologna. Il progetto era stato redatto e presentato dalla American Machinery Foundry (Amf).

Dopo questa prima positiva esperienza, la Sasib divenne costruttrice di nuove macchine per l’industria del tabacco. Nel volgere di pochi anni, dai 240 dipendenti del 1933 si era passati agli oltre 600 del 1937, e ai circa 1.000 del 1939, anno in cui a Innocenti fu conferito il titolo di cavaliere del lavoro. Nel 1938, era stato aperto un nuovo stabilimento a Meldola (Forlì), poi dismesso dopo la guerra, deputato alla produzione aeronautica. Con lo scoppio del conflitto, alla Sasib si iniziarono a produrre degli strumenti per il riempimento automatico delle cartucce da fucile, affusti da cannone e ulteriore componentistica per aerei.

Ma la vera svolta non doveva arrivare attraverso le commesse belliche, bensì nel settore del packaging; dopo il 1940, le tante esperienze svolte in questo campo, spinsero Innocenti ad avviare la produzione di una macchina confezionatrice di sigarette di ideazione propria. Anche se riprendeva ampiamente i modelli precedenti, costruiti su licenza Amf, in questo caso si trattava di un brevetto interno, e quindi in grado di dare maggiore prestigio e un ritorno economico superiore. Queste potenzialità poterono essere sfruttate dopo la Guerra, anche perché la Sasib ebbe la fortuna di non vedere mai bombardato il proprio stabilimento.

Dopo la Liberazione, per le sue passate simpatie fasciste e per i suoi cordiali rapporti con i tedeschi, Innocenti tenne un profilo molto più basso. La Sasib aveva raggiunto un altissimo livello nella progettazione e nella realizzazione delle macchine automatiche, ma diventava necessario specializzarsi e individuare con maggior precisione il proprio mercato. Ci si concentrò su due settori: i reparti elettrici ed elettromeccanici si sarebbero dedicati al tradizionale segnalamento ferroviario, nel quale furono rafforzati gli accordi tecnici e commerciali con la Grs, mentre l’officina si sarebbe dovuta rivolgere alla produzione di macchine automatiche per sigarette.

La produzione di macchine automatiche offriva delle prospettive interessanti e durature, grazie ai nuovi accordi con l’Amf: l’intesa prevedeva l’acquisto del diritto di fabbricazione di tutte le macchine Amf e il sostegno della relativa organizzazione commerciale; in questo modo la Sasib diventava in sostanza il centro di produzione della Amf, per il settore tabacchi, in Europa. Accanto ai modelli Amf, la Sasib non mancò di sviluppare produzioni proprie, soprattutto nel campo del confezionamento delle sigarette e delle operazioni accessorie (raccoglitori automatici, rilevatori di peso, umidificatori, ecc.). Così, nei primi anni cinquanta il fatturato delle macchine automatiche superava ampiamente quello del segnalamento.

Ma, quasi contemporaneamente, si profilarono alcune difficoltà. Nel 1953, la Sasib scese da 1.100 dipendenti a circa 500, coinvolta in una crisi congiunturale del settore che riguardò anche molte altre imprese locali. Nel Bolognese, essa divenne una delle società più «calde», in cui cioè l’attrito tra direzione e maestranze era più duro, con scioperi ripetuti, occupazione di reparti ed agitazioni di varia natura.

Nel 1957, la Amf rilevò i pacchetti azionari della finanziaria Setemer e di Scipione Innocenti, acquistando di fatto l’intera fabbrica che, infatti, dal 1958 avrebbe assunto il nome Amf-Sasib. Tra le macchine di maggior successo ci fu la Universal, che negli anni sessanta e settanta lavorò assiduamente nei vari stabilimenti dei Monopoli di Stato. In questa fase, lo stabilimento della Amf-Sasib si confermò come uno di quelli contraddistinti da maggiori scontri sindacali.

Negli anni Ottanta, la Sasib precipitò nuovamente in una crisi profonda, dovuta all’accentuata concorrenza e alle difficoltà di innovare i processi produttivi. Fu così rilevata dall’imprenditore Carlo De Benedetti attraverso le Compagnie industriali riunite (Cir), e si procedette alla divisione definitiva in due aziende: la Sasib Railway e la Sasib Tabacco. Nel 1997, la prima fu incorporata  dalla francese Alstom, mentre la Sasib Tabacco, fu acquistata nel 2003 da una società inglese, trasferendo la produzione a Castel Maggiore, e poi nel 2017 fu rilevata dalla storica azienda concorrente Gd, entrando a far parte della holding Coesia.

Bibliografia

  • Giuseppe Brini, Sasib (Amf) Story. 35 anni di sfruttamento della forza-lavoro, Bologna 1969.
  • Aurelio Alaimo, Vittorio Capecchi, L’industria delle macchine automatiche a Bologna: un caso di specializzazione flessibile, in Pier Paolo D’Attorre, Vera Zamagni, Distretti, imprese, classe operaia. L’industrializzazione dell’Emilia-Romagna, Milano 1992.
  • Curti Roberto, Grandi Maura (a cura di), Per niente fragile. Bologna capitale del packaging, Bologna, Compositori, 1997, pp. 102-103.

Dalla fondazione al 1968

Nel 1907 in località Casaralta erano presenti un’officina del gruppo bergamasco Fervet e una succursale delle Officine Reggiane, che sarebbe poi diventata Società italiana generale munizioni ed armi (Sigma). A dirigere la succursale era venuto nel 1913 da Bergamo Carlo Regazzoni, perito meccanico, già dipendente Breda a Milano e direttore delle Officine ferroviarie italiane a Napoli. Tornato nella città natale come direttore tecnico della Fervet, dopo la Grande Guerra aveva maturato la decisione di mettersi in proprio.

Nel 1919, con l’apporto finanziario del modenese Cesare Donati, Carlo Regazzoni fondò la Società in nome collettivo Officine di Casaralta. Trasferitosi definitivamente a Bologna, aveva acquistato i fabbricati della Sigma ed una serie di macchine ed attrezzature dalle Reggiane. L’ambito prescelto, la riparazione e la produzione di veicoli e materiali per ferrotramvie elettriche, grazie all’espansione delle aree urbane ed allo sviluppo dei trasporti collettivi si rivelò scelta vincente con importanti commesse soprattutto dalle Ferrovie dello Stato. Nel 1925, erano circa 400 gli operai, tra meccanici, falegnami, elettricisti, verniciatori, impiegati nella realizzazione di carri ferroviari ma anche di semilavorati per altre aziende meccaniche.

Dal punto di vista politico va sottolineato lo stretto rapporto di Regazzoni con il gerarca fascista e poi Podestà Leandro Arpinati, che gli permise di ottenere cariche di responsabilità nelle Associazioni degli industriali a livello provinciale e regionale. Nel 1932 fu nominato anche Cavaliere del Lavoro. Nel contempo questo sostegno politico gli fruttò buone commesse sia in ambito locale che nazionale. Nel 1930, uscito di scena il socio Donati, nacquero le Officine di Casaralta di Carlo Regazzoni e C., divenute poi Società Anonima nel 1935.

Negli anni Trenta la Casaralta visse momenti difficili, a seguito dal rapporto privilegiato con le Ferrovie dello Stato che, pur mantenendo il lavoro legato alle riparazioni, risentì del calo di nuovi ordinativi. Il personale, forte di 850-900 addetti nel 1931, venne fortemente ridimensionato alcuni anni dopo, con il licenziamento di 320 operai. Alla fine del decennio, grazie all’intervento dello Stato tramite l’Iri e l’inserimento della Casaralta nel Consorzio dei fornitori delle Ferrovie dello Stato, arrivarono ordini di carri destinati all’Africa orientale italiana, favorendo una ripresa e buoni risultati d’esercizio

Negli anni della seconda guerra mondiale, la Casaralta lavorò in maniera esclusiva alla produzione di materiali bellici, ampliando notevolmente il proprio fatturato e utilizzando molta manodopera femminile, dato che numerosi operai erano al fronte. Nel 1944, alcuni pesanti bombardamenti distrussero parte della fabbrica, mentre a ridosso della Liberazione le truppe tedesche tentarono di razziare o danneggiare vari macchinari. In realtà, grazie alle maestranze e ad alcuni partigiani della Bolognina, gran parte delle attrezzature poté essere nascosta e dunque salvata.

Concluso il conflitto, i 186 addetti della Casaralta si occuparono di ripristinarne la funzionalità, sgombrando le macerie e operando le ricostruzioni necessarie. La ripresa fu rapida, pur nella difficoltà di reperimento dei materiali, ma il lavoro non mancava. Nel 1949, a seguito di nuove assunzioni, le maestranze erano salite a 719.

Il 1950 è considerato l’annus horribilis della Casaralta, alla crisi degli ordinativi il management reagì con una serrata e l’annuncio della liquidazione dell’azienda. Seguì l’occupazione della fabbrica da parte dei 700 dipendenti, che si protrasse per 80 giorni e generò un’ampia solidarietà. Alla fine della vertenza furono solo 250 i lavoratori riammessi in azienda. Gli espulsi, scelti tra gli attivisti del Pci e della Fiom che avevano preso parte attiva alla lotta, ottennero nel 1974 lo status di licenziato per rappresaglia-politico sindacale e i relativi risarcimenti.

Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1953, i figli di Carlo Regazzoni, Giorgio e Piero, entrarono nel consiglio d’amministrazione. A Giorgio, che assunse la direzione, si deve un rinnovato impulso all’azienda, con un ammodernamento del capannone e degli impianti, e con una produzione che insisteva su nuovi vagoni, carrozze ed elettromotrici.

Anche le relazioni interne migliorarono. Mentre Carlo Regazzoni aveva una concezione dei rapporti di lavoro molto tradizionale, che originava una forte conflittualità sindacale, il figlio Giorgio fu più avveduto, introducendo anche un sistema premiale e assistenziale per gli operai e le loro famiglie.

Le agitazioni sindacali ripresero solo nella seconda metà degli anni sessanta, quando l’esaurirsi dell’onda lunga del boom economico portò la direzione della Casaralta a procedere a nuovi licenziamenti.

Bibliografia

  • Officine di Casaralta, s.l., s.d.
  • Casaralta S.p.A., in Coppe Renato (a cura di), Guida culturale industriale commerciale artigianale e turistica di Bologna e Provincia, Bologna, Aniballi, 1988, pp. 306-311
  • D’Attorre, Pier Paolo, Il treno della vita: un imprenditore bolognese tra fascismo e miracolo economico, in D’Attorre Pier Paolo, Zamagni Vera (a cura di), Distretti Imprese Classe operaia. L’industrializzazione dell’Emilia-Romagna, Milano, Franco Angeli, 1992, pp. 425-468
  • Carlo Regazzoni in I Cavalieri del Lavoro 1901-2001. Storia dell’Ordine e della Federazione, vol. I, Artioli, Modena, 2001, p. 480
  • Guido Regazzoni in I Cavalieri del Lavoro 1901-2001. Storia dell’Ordine e della Federazione, vol. I, Artioli, Modena, 2001, p. 1019
  • Casaralta, in Campigotto Antonio, Martorelli Roberto (a cura di), La ruota e l’incudine. La memoria dell’Industria Meccanica bolognese in Certosa, Argelato, Minerva, 2016, pp. 98-100
  • Casaralta, Reportage del fotografo Paolo Lambertini (http://www.fotografobologna.info/progetti/casaralta)
  • Casaralta. Vicende sindacali di una fabbrica bolognese, Litoseibo, Rastignano, 2017.
  • Piano B., La fabbrica e il dragone. Casaralta. Inchiesta sociale su una fabbrica e il suo territorio, Metronimie, anno XIV, Giugno-Dicembre 2017.

Giuseppe Minganti nel 1919 apre una bottega artigiana in Via della Fontanina, dove fabbrica copialettere e mezze coppette contenitrici di cachet medicinali, ma anche un piccolo trapano verticale, la prima macchina utensile della ditta. La crescita dell’attività lo spinge ben presto a trasferirsi, nel 1925, in Via Ferrarese 83. La produzione si amplia, con macchine bobinatrici e trecciatrici per reti metalliche, foratrici multiple, macchine per officine ferroviarie e trattori. Lo sviluppo trova seguito negli anni Trenta, favorito dalle politiche prima autarchiche e poi belliche del Regime fascista. Risale al 1936 la fabbricazione dei primi torni semiautomatici a revolver, ma vengono prodotte anche delle impacchettatrici per sigarette e macchine per cuscinetti a sfere, stantuffi e cerchioni di locomotive, armi.

La Minganti incrementa le proprie vendite non solo in campo nazionale, ma anche all’estero, tramite le esportazioni di impianti completi in Gran Bretagna, URSS ed altri Paesi. Sul finire degli anni Trenta le maestranze sono meno di 200, ma nell’imminenza del conflitto il numero degli occupati sale vertiginosamente superando il migliaio. Durante il Secondo Conflitto Mondiale la Minganti si distingue per la produzione di torni speciali tipo Potter ed un tornio con dentatura tipo Gleason.

Come in altre fabbriche bolognesi, vi erano nuclei di operai attivi nel Partito comunista clandestino e che si impegnarono in varie forme di resistenza e sabotaggio, a partire dagli scioperi del marzo 1943. Nelle incursioni aeree del 25 settembre 1943 sulla città di Bologna lo stabilimento subisce gravi danni. Dopo il trasferimento della fabbrica a Palazzolo sull’Oglio nel 1944, grazie ad un accordo tra la proprietà e l’amministrazione nazi-fascista, molti operai entrarono nelle brigate partigiane.

All’indomani del secondo conflitto mondiale, non secondariamente grazie alle pressioni esercitate dalle maestranze, le Officine Minganti ripresero la loro attività a Bologna. La difficile ricostruzione è resa ancor più problematica dall’improvvisa morte del fondatore, Giuseppe Minganti, che si spegne il 14 novembre 1947 lasciando le redini aziendali in mano alla moglie, Gilberta Gabrielli Minganti.

Tra anni Quaranta e Cinquanta, la Minganti era una fabbrica molto politicizzata: secondo le fonti dei primi anni Cinquanta su 550 occupati circa 450 risultavano iscritti alla Fiom-Cgil, mentre 250 erano membri del Partico comunista italiano e 40 del Partito socialista italiano.

Nel clima di forte conflittualità sociale e scontro politico che caratterizzò la Bologna dei primi anni della guerra fredda, non mancarono azioni repressive anche alla Minganti. Il culmine venne raggiunto nell’aprile del 1954, quando furono annunciati 170 licenziamenti, motivati con la riduzione di esportazioni e concorrenza del settore. A ben vedere, dei 170 a cui era giunta la lettera di licenziamento 162 risultavano iscritti al Pci e i rimanenti al Psi. Gli stessi erano attivisti sindacali e costituivano il nucleo di punta dell’organizzazione sindacale in fabbrica. Con la legge del 1974, molti di loro si videro riconosciuto lo status di “licenziato per motivi politici e sindacali”. Le fotografie mostrano i licenziati della Minganti sfilare per le strade di Bologna a metà anni Cinquanta, testimoniando plasticamente lo stretto rapporto tra lavoro e città.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, Gilberta Minganti rinsalda la posizione dell’azienda nel panorama dell’industria meccanica nazionale. Nel 1958, viene inaugurato un nuovo complesso manifatturiero, sempre in via Ferrarese, adatto a soddisfare le esigenze della fabbrica. La crescita produttiva prosegue anche negli anni Sessanta, con gli accordi di collaborazione con la Metalexport di Varsavia e la Italmex di Milano per la vendita esclusiva delle macchine utensili polacche in Italia.

Con la stagione di grande conflittualità inaugurata dal Sessantotto e proseguita fino ai primi anni Settanta, i lavoratori e le lavoratrici della Minganti presero parte alle mobilitazioni di carattere nazionale, per il rinnovo del contratto e per le riforme sociali, ma furono protagonisti anche di significative vertenze aziendali. Numerosi gli accordi aziendali siglati tra il 1968 e il 1977, riguardanti temi come cottimo e premio di produzione, qualifiche e salario, diritti sindacali, orario di lavoro, ambiente di lavoro e decentramento produttivo.

Dal punto di vista della sindacalizzazione, nel 1970 poco meno del 25% delle maestranze risultava iscritta alla Fiom-Cgil, con un calo vertiginoso rispetto agli anni Cinquanta. Con il processo di unità sindacale che sfociò nella creazione della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), che comprendeva Fim, Fiom, Uilm, i tassi di sindacalizzazione subirono un’impennata, per quanto rimanesse una significativa differenza tra operai (60%) e impiegati (15%). Tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, anche l’occupazione crebbe, passando dai 540 addetti del 1968 ai 622 del 1975. Le donne risultavano 39, di cui 35 con la qualifica di impiegate.

All’inizio degli anni Ottanta, la crisi che investì la Minganti generò una nuova e imponente mobilitazione da parte delle maestranze. Dall’amministrazione controllata del 1981 al fallimento, avvenuto il 16 maggio 1983, si susseguirono picchetti dentro e fuori i cancelli della fabbrica e numerose manifestazioni per le strade della città. La vertenza giunse anche nelle aule del Consiglio comunale di Bologna, dove gli stessi lavoratori e lavoratrici portarono la loro voce. Quando la Minganti venne rilevata da una nuova società, nel 1985, i dipendenti ancora in forza risultavano 200. L’azienda sopravvisse, con una forza lavoro ulteriormente ridotta, fino alla prima metà degli anni Novanta quando lo stabilimento di Via Ferrarese cessò definitivamente di essere un luogo del lavoro e della produzione industriale.

Nei primi anni Duemila, hanno inizio ingenti lavori di recupero e rifunzionalizzazione. Nel 2006 il complesso delle Officine Minganti riapre come centro commerciale, con all’interno un supermercato e numerose altre attività. Dopo un breve periodo di chiusura, dal mese di maggio 2019 è stata avviata una nuova esperienza commerciale.


Bibliografia

  • Curti Roberto, Grandi Maura (a cura di), Imparare la macchina. Industria e scuola tecnica a Bologna, Compositori, Bologna, 1998, p. 106.
  • 45 anni di vita della G. Minganti & C. – Bologna, 1919-1964
  • Luciano Bergonzini, La resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti, vol. 5, Bologna, Istituto per la Storia di Bologna, 1980, p. 928.
  • Luigi Arbizzani, La costituzione negata nelle fabbriche. industria e repressione antioperaia nel bolognese (1947-1957), Imola, Grafiche Galeati, 1991, p. 19.

Le Officine Cevolani furono fondate nel 1900 a Bologna, per iniziativa di Edoardo Cevolani. Quest’ultimo era nato nel 1866 ad Alberone, frazione di Cento, dove aveva lavorato come aiutante del padre maniscalco. Trasferitosi a Bologna alla morte del genitore, svolse vari lavori come operaio specializzato, studiando nel contempo alle scuole serali Aldini Valeriani. Sul finire dell’Ottocento aprì una propria bottega artigiana in piazza Santo Stefano, dedita più alla riparazione che alla produzione.

Nel 1900 si trasferì in un locale più ampio in via Farini, registrando la nuova attività con il nome di Officine Cevolani. Fabbricava principalmente macchine turabottiglie e biciclette, arrivando anche a ideare una motocicletta alimentata da gas acetilene. Con lui lavoravano alcuni operai, saliti a trenta nel corso della Grande Guerra, quando l’azienda ottenne numerose commesse pubbliche per la fabbricazione di proiettili e di cartucciere. Dopo il conflitto dotò l’officina di un reparto elettrotecnico, instradandola verso la produzione di apparecchi di precisione.

Edoardo Cevolani morì nel 1934, dopo una breve malattia, ma avendo il tempo di lasciare l’azienda – ridenominata Ditta Edoardo Cevolani, Officina meccanica di precisione e laboratorio elettrotecnico – a due giovani collaboratori, Luigi Samoggia (1897-1971) e Armando Pazzaglia (1917-1966). L’impresa continuò a battere il medesimo mercato, acquisendo una certa notorietà per aver realizzato il portone automatico corazzato della gioielleria Menzani di via Orefici. Poco dopo fu avviata una collaborazione con la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna, per la produzione di strumentazione scientifica.

Nel 1940, avendo raggiunto i 75 addetti, l’azienda si trasferì in un capannone appositamente costruito lungo via Donato Creti, nel quartiere della Bolognina, tornando alla denominazione di Officine Cevolani. Durante la guerra produsse macchine inscatolatrici per il vicino stabilimento della Casaralta, che forniva all’esercito carne a lunga conservazione in confezioni di latta. Distrutta dai bombardamenti, la fabbrica tornò ad essere operativa nel secondo dopoguerra, specializzandosi nella produzione di macchine utensili e per il confezionamento. Fu soprattutto quest’ultimo settore a fare da traino allo sviluppo dell’azienda, che venne ben presto a trovarsi nel gotha del packaging bolognese.

In questa fase, furono i fratelli di Armando Pazzaglia, Luigi (1914-2008) e Cesare (1917-2000), a far fare all’azienda un grande salto di qualità. In particolare, Luigi – anch’egli diplomato alle Aldini Valeriani –, lasciò sullo sfondo la produzione di macchine utensili, concentrando tutte le risorse nello sviluppo di tecnologie per l’inscatolamento. Nel corso degli anni sessanta, la Cevolani fu la prima impresa al mondo a fornire alle grandi aziende alimentari impianti automatici completi, consolidando così il proprio marchio a livello internazionale. Basti pensare che la stragrande maggioranza del fatturato derivava da commesse estere.

In secondo luogo, la Cevolani fu una tra le imprese del territorio bolognese che più investirono nel sapere tecnico, con importanti e pionieristiche collaborazioni con le scuole del territorio. Non a caso Luigi Pazzaglia ricoprì per quasi trent’anni, ovvero fino alla morte, l’incarico di presidente dell’Associazione dei diplomati presso l’Istituto Aldini-Valeriani (Aliav). 

Acquisita dal Gruppo Pelliconi, nel 1999 la Cevolani fu trasferita a San Lazzaro, in località Colunga. La fabbrica di via Donato Creti, rimasta vuota, fu abbattuta nel 2013, per fare spazio a un insediamento residenziale.

Bibliografia

  • Antonio Campigotto, Roberto Martorelli (a cura di), La ruota e l’incudine. La memoria dell’industria meccanica bolognese in Certosa, Bologna, Minerva, 2016.
  • Fabio Gobbo (a cura di), Bologna 1937-1987. Cinquant’anni di vita economica, Bologna, Cassa di Risparmio in Bologna, 1987.
  • Roberto Curti, Maura Grandi (a cura di), Per niente fragile. Bologna capitale del packaging, Bologna, Compositori, 1997.
  • Le Officine Cevolani, in «La Mercanzia», n. 3, 1952.